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POETICO OTTOVOLANTE

Arte Città Amica - Torino, 09/05/2013

Era l'estate del 1980 ed eravamo andati ad ascoltare il grande Tino Buazzelli che recitava, con la verve ironica e istrionica che gli era propria, i satirici e irriverenti sonetti romaneschi di Gioachino Belli. Fu una folgorazione. Fino ad allora le mie rime erano destinate a diventare canzoni, ma da quel giorno iniziai ad utilizzare la forma sonetto (quattordici versi suddivisi in due quartine e due terzine, così distribuite: ABAB ABAB CDC DCD) su argomenti quotidiani, di lavoro, di attualità, un viaggio, un concerto, la festa di un amico, la recensione di un film, insomma un po' di tutto. Per la verità non mi ero trovato bene con lo schema classico e avevo disinvoltamente adottato la struttura ABBA ABBA ABBA CC scoprendo solo anni dopo che stavo usando la forma classica del sonetto inglese, introdotta da Shakespeare e costituita appunto da tre quartine e un distico finale.

Pianoforte

Dignitoso, pareva mi dicesse:

“Non ti montar la testa, chitarrista:

  altra tastiera, meno ardua pista

  cerchin tue dita: qui non sono ammesse!"

Ma io, timidamente, le appoggiai

su quelle dolci leve bianche e nere,

un'ultima sorsata dal bicchiere

e poche lievi note ne cavai.

E un lento blues nel fumo si distese

e chiacchiere e risate da salotto

s'infransero e cessarono di botto

ed un silenzio attento mi sorprese.

Poi, ritrassi le mani, lentamente

e percepii un bisbiglio: "Sufficiente".

 

Nonostante questo mio nuovo percorso, non riuscii mai a considerarmi un poeta. Il mio Autoritratto (in musica) dell'epoca suonava infatti così (carine le rime a rincorrersi: ABC ABC DEF DEF):

Non son Dio, non son poeta

e non creo proprio niente

sono un chimico fallito

e manipolo la creta

delle frasi della gente

dei concetti che ho sentito.

Ma non sono certo un ladro

l'onestà è la mia bandiera

e d'altronde, dico io

la canzone è come un quadro

che ritrae una cosa vera

ma il pennello e il cuore è mio.

 

Anni dopo, ricoverato in ospedale per un significativo intervento, sfruttai al meglio la degenza appuntando su un bloc-notes qualche verso su quella esperienza. Questi, ad esempio, sono i miei pensieri mentre aspettavo che si decidesse il mio fato.

 

Attesa 

Attimi spessi

a quattro dimensioni

Rallenty

Fermo immagine

Stop motion

Le briglie tese allo spasimo

per frenare i pensieri nel presente

per lasciare il futuro al futuro.

Gocce di pece

che cadono lentissimissimamente.

Un mondo sommerso

in apnea

mentre il tuo cuore ticchetta frenetico

e cerca di portarti là

là dove non sei ancora

dove sarai

dopo.

Poi, quattro colpi

bang bang bang bang

e l’orologio sul muro

ha ripreso il passo col tuo cuore.

L’attesa è terminata

Come vedete nel frattempo mi ero anche cimentato con versi più sciolti, asimmetrici e meno strutturati, anche se rima e metrica restavano e restano il mio strumento ed obiettivo principale, con il loro ritmo costante, le loro assonanze pregustabili, la loro capacità di parlare al bimbo che è in noi e che si sente rassicurato e gratificato da un andamento ipnotico, cantilenante e prevedibile.

E' più forte di me: complice probabilmente la mia abitudine e propensione alla canzonetta, senza una struttura riconoscibile i versi non mi suonano come una poesia, mi sembrano appunti scarabocchiati distrattamente sul retro del conto della pizzeria. E calvinisticamente (l'esaltazione del lavorare in modo duro e diligente) finisco per trovarlo troppo facile, non mi sembrano sudati, pensati, inseguiti, limati, corretti e collocati in uno schema disciplinato e formale. Per raccontare un'intera storia in endecasillabi o ottonari, per inserire un sinonimo di "preterintenzionale" in uno spazio di sole due sillabe, per trovare la rima di "clessidra" ti devi sforzare, devi provare e riprovare e magari rinunciare alla prima ispirazione e ricominciare da capo. Insomma, mi è sempre sembrato che un modesto artigiano di parole (come me) se non poteva vantare un risultato aulico almeno doveva poter segnare a suo favore lo sforzo e l'impegno e il non aver cercato scorciatoie.

 

Certo, il rischio è che il risultato finale sembri preso pari pari dal "Corriere dei Piccoli", una filastrocca per bambini edulcorata e innocua, oppure suoni come le vecchie pubblicità di Carosello (che pure portavano la firma di Guccini: "Son Salomone – il pirata pacioccone…"). Ma nemmeno questa preoccupante prospettiva mi fa cambiare idea. L'alternativa, secondo me ben più pericolosa, è di finire per apparire troppo seriosi e arcani e oscuri e magniloquenti e retorici e pieni di sé e delle proprie immaginifiche visioni e filosofie. L'ultima cosa che sono e che vorrei essere è un pensoso vate, avvolto in un lungo mantello e in criptici e intorcinati versi. Preferisco l'accusa di infantilismo. In fondo non mi sento ancora così adulto.

Bene, chiarita la mia posizione artistica, da pochi mesi posso comunque fregiarmi ufficialmente dell'appellativo di "poeta" e ciò per grave responsabilità delle giurie del Premio Naz.le Arti Letterarie 2012 e del Premio Piemonte Poesia 2013 che hanno ritenuto di segnalare e riconoscere come meritevole la mia poesia Corteo, (la trovate qui). Il primo risultato pratico, oltre al bottino in pergamene e premi e omaggi, è che son stato invitato come poeta (e anche cantautore, riconoscendo benevolmente ad alcune mie canzoni una loro intrinseca validità letteraria) alla serata Ottovolante ospitata dalla benemerita associazione Arte Città Amica di Raffaella Spada e condotta dall'eclettico e multiforme Andrea Bolfi. Bella serata. Insieme alla solare Cristina, alla dotta Roberta, all'ispirata Paola e all'empatico Pietro, in una sala accogliente e davanti a amici pazienti e convinti, abbiamo raccontato storie e aperto finestre su emozioni e sentimenti. Nel mio set, battezzato "Rime e Note", lessi per la prima volta in pubblico le mie poesie alternandole con alcune canzoni, affidando alle amiche Parole il doppio ruolo che da sempre rivestono. Pare che ci saranno dei seguiti. E allora vado a rimestare nel baule dei miei pensieri segreti, delle mie storie e delle mie incertezze per predisporre il nuovo puzzle poetico. Alla prossima!

 

Bianconiglio

Dimmi, perché corri? Dimmi, dove vai?

Forse c'è qualcosa che io ignoro e che tu sai?

Io non vedo niente, solo ombre dietro a te:

scappi per paura, o hai una meta davanti a te?

Ora vedo meglio quello che hai alle spalle:

un bimbo che ti assomiglia, qualche livido sulla pelle

le giuste bastonate per i pigri e gl'insolenti:

che fatica interpretare  i sogni dei parenti!

Una gonna corta, una frangia nera

inutile e nervosa  la tua voce nella sera

forse è quel che dici, o forse è quel che sei

comunque, quella notte dormi male e sogni lei.

Ma chi l'ha mai detto  che bisogna riuscire a scuola?!

Almeno di quel che impari  ti servisse una cosa sola!

e rabbia e senso di colpa  ti accompagnano perché

ti han convinto che il tuo futuro  non riguarda solo te.

 D'accordo, non litighiamo; d'accordo, non stai scappando

ma allora mi devi dire verso cosa stai correndo.

E' forse quell'auto rossa,  o quella scrivania?

o l'ossequio della gente, che io chiamo ipocrisia?

Con l'auto vai più veloce,  ma non arrivi lo stesso

la poltrona è più imbottita,  ma sei più stanco adesso

e hai perso per le scale  un poco di onestà,

quasi tutte le amicizie,  guadagnando solo complicità.

Lo so, la colpa non è tua: prima ti hanno spinto

e poi ti hanno attirato  con un paradiso dipinto

e intanto stai ansimando  e io non muovo un dito:

io non sono mai arrivato,  io non sono mai partito.

 

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